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Stavolta Pepe Carvalho e Biscuter dovranno affrontare un lungo viaggio da
soli.
Nelle circa mille pagine di Millennio, il nuovo libro già quasi pronto, i
due personaggi di Manuel Vázquez Montalbán dovranno fare il giro del mondo
e, allo stesso tempo, i conti con i grandi simboli del secolo che ci siamo
appena lasciati alle spalle. Ma il loro autore, purtroppo, non potrà più
accompagnarli. Forse Carvalho, uno dei pochi eroi di carta capaci di
sopravvivere al proprio creatore, in questo, momento starà bruciando libri
nella sua casa di Vallvidrera a Barcellona, starà sfogandosi in cucina,
starà piangendo insieme a noi per la prematura scomparsa di Manuel, a soli
sessantaquattro anni, in un aeroporto thailandese.
Ci mancherà, Manolo, e molto. Perché è sempre più difficile saper abbinare,
come nel suo caso, intelligenza, generosità e calore umano. Perché ci sarà
data sempre più raramente l'opportunità di conoscere persone "necessarie"
come lui, con quel suo modo di essere intellettuale: colto, profondo, ma
allo stesso tempo assolutamente passionale e irriverente, attratto dal
calcio, dalla cucina, dalle minime manifestazioni della vita, sulle quali
sapeva riflettere come pochi. «Cinema e canzoni», amava ripetere, «si sono
alimentati di letteratura. È ora che la letteratura si alimenti di cinema e
canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d'elite e cultura di massa
moriranno sotto il peso della massificazione della cultura».
Perciò lo ricorderemo a lungo per i suoi romanzi polizieschi, per il suo
personaggio di detective che trent'anni fa segnò l'inizio di una rottura con
la tradizione letteraria spagnola ed europea del'epoca. «Ai giovani», aveva
raccontato in un'intervista a Stefano Malatesta «si chiedeva di scrivere
l'Ulisse. Se non eri raffinato, ermetico, un acrobata o un giocoliere di
parole, però di genere lento, estenuante, non contavi. Non se ne poteva più
di quella letteratura d'avanguardia. Mi ricordo che Rafael Alberti diceva
che i personaggi di questi romanzi impiegavano trenta pagine per salire le
scale. Volevo scrollarmi di dosso il peso di una letteratura entrata in un
vicolo cieco». Fu così che, in qualche modo, nacque il "noir mediterraneo",
che, secondo la definizione dello stesso Vázquez Montalbán, era un incrocio
«tra hard boiled tradizionale e nuovi substrati culturali, destinato a
proporsi come poetica del neocapitalismo, cioè di una società
supercompetitiva in cui l'intreccio tra crimine e politica è costante,
fragilissimo il limite tra il legale e l'illegale». E fu così che nacque
Carvalho, che fece la sua prima apparizione in un libro del 1972 intitolato
Ho ammazzato J.F. Kennedy. Da allora, quello strambo detective ne aveva
fatta di strada. Diversamente dal Maigret di Simenon, che in tutti i suoi
libri è rimasto sempre uguale a se stesso, Pepe Carvalho è cambiato,
invecchiato, diventando preda di forze oscure che non riesce più a dominare.
Eppure, in tutti questi anni, è stato il termometro di un'epoca, il
sismometro dei passaggi da un periodo di grandi speranze e utopie a uno di
disincanto e di delusione, superando i limiti di un personaggio romanzesco e
diventando parte del nostro stesso paesaggio sociale. Attraverso i suoi
occhi abituati a cogliere i più impercettibili segnali dei cambiamenti
sociali e politici, abbiamo assistito alla morte di un dittatore, alla
caduta del Muro, allo sgretolarsi delle ideologie, per ritrovarlo infine,
dopo qualche parentesi a Madrid e a Buenos Aires, con L'uomo della mia vita,
nella "sua" Barcellona post-Olimpiadi del 1992, ormai quasi irriconoscibile:
«Una città inservibile, bella ma senz'anima, una città pastorizzata».
L'aveva trasformata il tempo, che non aveva risparmiato le sue zampate al
detective, rendendolo più vecchio, e dunque più lucido, più disincantato,
più nostalgico. Un uomo che continuava a bruciare libri, a sfornare ricette,
a pronunciare folgoranti Battute, a risolvere casi complicati, ma che si
sentiva molto vicino alla sconfitta definitiva.
Troppo facile identificarlo con il suo autore, leggere quel suo libro come
un presagio. Anche perché a Manolo sarebbe dispiaciuto essere ricordato
soltanto come l'inventore di Carvalho. Era nato come poeta, infatti, e da
poeta continuava a scrivere e a vivere. Oltre ai suoi libri di poesia, che
varrà la pena rileggere e rivalutare, ci aveva dato anche meravigliosi
romanzi senza Carvalho, come Galìndez, forse il suo più riuscito, e numerosi
saggi appassionati e graffianti. Ma era stato anche militante politico,
aveva fondato riviste e conosciuto le prigioni del franchismo, e quelle
esperienze l'avevano certamente segnato in tutta la sud attività di saggista
e di polemista sui giornali di mezzo mondo. Era stato comunista, ortodosso
nell'epoca della clandestinità e della dittatura, ma la sua straordinaria
apertura mentale l'aveva trasformato ben presto nel motore della
trasformazione culturale e politica della sinistra spagnola prima della
Transizione. Dopo, la sua ironia e la sua implacabile irriverenza avevano
aperto la strada a un nuovo modo di partecipare alle vicende del proprio
tempo, avevano indicato un modello che era insieme letterario, politico e
umano. Non sempre, magari, si era d'accordo con le sue analisi, ma si poteva
star sicuri che nascevano da una profonda onestà intellettuale, da un occhio
abituato a cogliere, dai segnali apparentemente più insignificanti, la
direzione del vento e a restituirla sulla carta senza infingimenti e senza
riguardi per nessuno. Come dovrebbe accadere normalmente e invece, in quest'epoca
che lui riteneva «un tempo stupido fra due tempi tragici», raramente accade.
Perciò ci mancherà, e molto. Ciao, Manolo.
da Il Sole-24 Ore, 19 ottobre 2003
Lo sguardo attento di Manolo
di BRUNO ARPAIA
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